Come nasce e come viene difeso un patrimonio culturale

ragusa

Un patrimonio nasce progressivamente: in una prima fase, per nascita spontanea, poi per presa di coscienza di ciò che si è costruito (anche se ha perso di utilità), infine sussiste la fase dell’appropriazione della propria identità patrimoniale (legame con il territorio, carico di valori ecc).

Abbiamo detto che il primo testo in cui si trova una definizione del concetto di patrimonio è la Carta Internazionale di Venezia del 1964. Nell’introduzione, infatti, si parla di opere monumentali “recanti un messaggio spirituale, del passato, rappresentano, nella vita attuale, la viva testimonianza delle loro tradizioni secolari. L’umanità, che ogni giorno prende atto dei valori umani, le considera patrimonio comune, riconoscendosi responsabile della loro salvaguardia di fronte alle generazioni future. Essa si sente in dovere di trasmetterle nella loro completa autenticità“. Dal semplice monumento, dunque, si passò alla tutela degli “insiemi”: le città, le costruzioni rurali e tradizionali, l’archeologia, il patrimonio sommerso e così via.

La nozione di bene culturale apparve, invece, nella Convenzione dell’Aja del 1954, allorquando si rese necessaria la tutela del patrimonio di alcuni beni comuni e appartenenti all’umanità intera di fronte ai conflitti armati. A riprendere tale concetto fu la Raccomandazione dell’UNESCO del 1962 che promuoveva la salvaguardia degli ambienti naturali e di quelli creati dall’uomo, ampliando la categoria di protezione dei beni meritevoli e cioè tutti quelli ai quali era stato riconosciuto un valore artistico e storico.

Al 1972 risale l’espressione “patrimonio culturale“, usata nella convenzione dell’UNESCO per definire “i monumenti, i complessi e i siti aventi un’eccezionale valore universale dal punto di vista della storia, dell’arte o della scienza“.

Non mancarono gli aggiornamenti di tale felice espressione: nel 1975 la Carta Europea del patrimonio architettonico di Amsterdam stabilì che fra i monumenti dell’umanità andassero anche inseriti “le antiche città e i villaggi tradizionali nel loro contesto naturale o costruito“.

Così anche la Carta di Washington del 1987, che esortò a proteggere le città storiche in quanto esse stesse documenti storici e portatrici di valori delle civiltà tradizionali.

Nel 2000 la Carta di Cracovia suggerì un importante passaggio verso un concetto moderno di patrimonio: dal momento in cui non era più possibile definire univocamente il patrimonio, per la pluralità dei valori e dei criteri di riconoscimento, si riconosceva la variabilità di quei valori nel tempo. Le necessità di una comunità, il rapporto con il passato, la propria identificazione con il territorio cambiano nel tempo e, di conseguenza, le tradizioni e i beni culturali possono perdere di interesse e venire dispersi o distrutti. Ma chi può dire che quei valori siano finiti? Perchè perdere l’identità che lega un popolo alla sua terra? E se le future generazioni volessero riprendere da dove i loro antenati avevano lasciato? Qui la Carta di Cracovia interveniva a protezione dei beni culturali destinati a scomparire per mancanza di interesse da parte della propria insensibile comunità. L’appello ai valori patrimoniali comuni, dunque, ha continuato a salvaguardare anche i beni dimenticati.

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